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Territorio / Maresana e Dintroni
 

La Maresana
La Croce dei morti
La Ca' del lacc
Il Morla
L'acquedotto

La Maresana

Sul paese domina la caratteristica sagoma del Colle della Maresana, che digrada dolcemente alla pianura con radi boschi e alcuni vigneti. La Maresana, per la maggior parte nel territorio di Ponteranica, brulla nella sua parte meridionale, con la sua suggestiva bellezza attira dalla primavera all’autunno numerose e festose compagnie di gitanti. E' raggiungibile da Valtesse o per il "Costone" oppure da Pontesecco e dalla Costa Garatti percorrendo la ripida strada asfaltata.
Il nome della Maresana è relativamente recente. Solo verso la fine del XIII secolo si trova questa denominazione (Marzanica), mentre prima nei documenti il Colle era sempre indicato col nome di Monte Tosilio (Toscilii, Tossellii ecc.). Ne viene fatta menzione in due scritture del 971 e 977 come mons. Tosillo. La prima tratta di una vendita fatta da Andrea, prete della Cattedrale di Bergamo, a Leone, prete e primicerio, e a Dagiberto, diacono della stessa chiesa. Fra i beni venduti vi è una "pezza di terra castagneta" con piante di castagne e roveri situata "ad muns qui dicitur Tosilio". Nella seconda è nominata una certa Gariverga, moglie di un Giovanni da Bergamo, che al figlio del fu Maurone lascia le case e i beni che essa possiede in città e nei dintorni. Fra questi vi è un appezzamento di terreno con roveri e castagni posto in "locus qui dicitur Tosilio" della misura di uno iugero (nell’antica Roma unità di misura di superficie equivalente a 2.520 metri quadrati indicante il terreno arabile in una giornata da una coppia di buoi aggiogati) e 24 tavole.
In passato, come si nota anche da diversi documenti, la Maresana era ricca di boschi di castagno (nello stemma del Comune campeggia appunto un castagno). Oggi è rimasta ben poco di quella ricchezza.
Sul colle troviamo una piccola chiesetta dedicata a S. Marco. Questa era unita ad una rustica casa (oggi è un noto ristorante) che un tempo fungeva da abitazione del "remet". Questa graziosa chiesetta ove prima sorgeva una "tribulina" dedicata a Maria Vergine fu costruita nel 1619 per intervento di Pietro Consuli, con il contributo economico della popolazione di Ponteranica.

Immagine d'epoca del colle della MaresanaImmagine d'epoca del colle della Maresana

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La Croce dei morti

Continuando la strada, ripida ma asfaltata, si raggiunge una località chiamata "Croce dei morti". In passato la strada che saliva per la costa era disseminata da roccoli e ombreggiata da vasti castagneti.
A proposito del nome di questa località, gli storici narrano che durante la terribile peste del 1630 molte persone nella città di Bergamo fuggirono terrorizzate sui monti, trovando rifugio in questi luoghi vicini alla città e lontani dalle abitazioni.
A ricordo dei morti della peste fu eretta anticamente una tribulina che nel 1930 gli abitanti di Ponteranica demolirono innalzando in sua vece una grande croce in cemento. Durante i lavori di demolizione della tribulina vennero trovate in un cunicolo delle ossa umane, certamente risalenti ai morti della peste di quel tragico 1630 di manzoniana memoria.

Immagine d'epoca della "Croce dei Morti"Immagine d'epoca della "Trattoria dei Cacciatori" alla Croce dei Morti

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La Ca' del lacc

Nelle vicinanze della "Croce dei morti", su un piccolo piano sorge un edificio che tutti ricordano col nome di "Ca’ del lacc". C’è una tradizione legata a questo nome. Ai tempi della Serenissima Repubblica gli abitanti di Ponteranica godevano dallo Stato veneto di speciali privilegi ed esenzioni per aver sostenuto con uomini e denaro lo sforzo bellico della Serenissima nella battaglia di Candia.
Gli abitanti di Ponteranica, oltre ai fondi propri, possedevano in Valtellina un'intera montagna, il monte Parizzolo, che serviva per l’alpeggio estivo. I pascoli erano lontani, e richiedevano grossi sacrifici, in particolare in uomini che dovevano guardare le mandrie e lavorare il latte. Per far fronte alle spese, i contadini di Ponteranica avevano fondato una cooperativa, con lo scopo di provvedere agli interessi di tutta la comunità.
All’inizio dell’estate, il comune delegava due persone chiamate "governatori"; questi godevano della generale fiducia degli abitanti e durante i primi giorni del mese di giugno di ogni anno avevano il compito di radunare tutto il bestiame dei contadini del paese e condurlo al monte Parizzolo, curarlo durante tutto il tempo dell’alpeggio e ricondurlo al paese dopo la stagione estiva.
Perché li chiamavano "governatori". Luigi Volpi in un suo articolo scrive: "parrà forse un poco esagerata quell’attribuzione di 'governatori' a dei rozzi mandriani che, onesti e scrupolosi fin che si vuole, altro non facevano che disimpegnare le non delicate e tanto meno legiferative mansioni di vaccari". Non dimentichiamo che presso i nostri contadini il termine "goernà" – governare – si riferiva a quelle cura particolari che consistevano nel pulire e dar da mangiare alle bestie e togliere il letame dalle stalle.
I "governatori" si installavano sopra il paese in un prato detto "Colle piano"; ricevevano dai singoli contadini i capi di bestiame e procedevano alla misurazione del latte prodotto dalle mucche, per stabilire non solo la divisione delle spese, ma fissare anche i profitti che consistevano in una quota di formaggi in base al latte prodotto dalle bestie. Questa operazione durava due giorni; poi iniziava il viaggio della mandria attraverso i monti per l’alpe guidata da 12 uomini. "Colle piano" divenne con gli anni "Cà del lacc".

Oltre la "Cà del lacc" e abbandonando a destra il sentiero che scende a Olera, la strada continua verso la "forcella" attraversando il monte Solino. Alla "forcella" inizia l’antichissima strada che usavano i nostri antenati per recarsi in Valle Brembana: saliva alla forcella di Nese, dopo aver raggiunto il Canto basso, scendeva alla contrada "Piazza di Poscante", raggiungeva Romacolo e attraversava il Brembo a Tiolo per congiungersi all’attuale strada della valle.
Prima che il podestà di Bergamo durante la dominazione veneta, Alvise Priuli, costruisse la strada in Valle Brembana, i nostri antenati raggiungevano la città di Bergamo attraverso i crinali dei monti con lunghi e faticosi percorsi passando per il monte di Nese e Ponteranica. Giusto quel detto: i nostri nonni quando incontravano un ostacolo per superarlo vi salivano sopra, i figli lo aggiravano, i nipoti scavano una galleria.

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Il Morla

Il monte Solino "divide" Ponteranica dal paese di Olera, divisione quanto mai opportuna nel passato visti storicamente i pessimi rapporti fra le due comunità.
Su queste colline nasce il torrente Morla, considerato il "fiume" di Bergamo, poiché dopo aver attraversato la città si perde nella pianura tra Spirano e Comun Nuovo in canali di irrigazione. Oggi tutti noi sappiamo cos’è il Morla, ma nei tempi antichi costituiva una fonte di vita per gli abitanti del paese.
Agli inizi del secolo, dal letto del torrente, ricavavano argilla di primissima qualità ("unica nel suo genere" dicono gli esperti) con la quale venivano fabbricate stoviglie, fra le migliori della bergamasca.
Ha una lunghezza di circa 14 Km di cui 8 nel territorio del comune di Bergamo. Il suo bacino imbrifero si estende per oltre 22 Km quadrati fra i comuni di Ponteranica, Sorisole, Bergamo e Orio al Serio. Ha una portata massima di 93 metri cubi al secondo e una portata normale quasi inesistente.
È un torrente di tutto rispetto, anche se oggi si tratta di una piccola roggia, mentre per centinaia di anni fu ammesso nella nomenclatura dei fiumi.
Le persone più anziane ricorderanno certo con nostalgia i tempi in cui il Morla pareva "acqua sorgiva", al punto tale che le massaie usavano la sua acqua per lavare la biancheria che stendevano sulle rive e nei prati ad asciugare e che secondo l’esperienza di allora, con l’acqua del torrente e il sole diventava più bianca.
Durante il periodo medioevale non solo il nostro paese, ma la stessa città di Bergamo ricorreva alle sorgenti della collina per i propri bisogni domestici. Infatti nei diplomi imperiali di dieci secoli fa è chiamato flumen: Mosè del Brolo otto secoli or sono nel suo Pergaminus cantava: "un fiume a cui di Morla han dato il nome". Il Lupi nel 1780 scriveva: “la corte Morgola… presso al fiume che fino ad oggidi porta lo stesso nome, in quel luogo che ora è detto Borgo Palazzo”.
Questo fiume non poteva competere, per volume d’acqua e per lunghezza di percorso con i due fratelli maggiori, il Serio e il Brembo, onorati dal Tasso nel famoso sonetto, però li supera per importanza storica. Attirò su di sé l’attenzione di re e imperatori per centinaia di anni. Fu immortalato nei diplomi regii e imperiali, poiché diede il nome ad una Corte regia.
Il Lupi spiega che fara o curtis era un possedimento o vasto feudo di proprietà di qualche particolare famiglia, la quale aveva la propria abitazione, in forma di castello o palazzo con adiacente alcune case per la propria servitù o coloni, che coltivavano i terreni che si estendevano intorno ai fabbricati. Il castello di Malpaga e le abitazioni che lo circondano, costruito da Bartolomeo Colleoni, può essere un esempio e può dare un’idea di ciò che erano le Corti.
La Curtis regia era invece una proprietà di un re o imperatore che talvolta abbracciava un villaggio (vicus) o anche un insieme di villaggi (pagus). Aveva ampi fabbricati, che dimostravano la potenza e la dignità regia.
Ora la curtis: “… quae vocatur Morcula in comitatu Pergamo”, appare per la prima volta in un diploma dell’875 di Lodovico re di Germania che ne fece dono, con la corte di Almenno, alla nipote Ermengarda. La curtis, poiché era dislocata lungo il fiume Morla, fu chiamata Morgula o Murgula e, per una curiosità storica, nei pressi del "Palatium" l’attuale Borgo Palazzo, secondo il Lupi, trae il suo nome dal palazzo imperiale che la corte aveva in quella località. Questo palazzo era destinato alla residenza degli imperatori di passaggio nei loro viaggi nelle provincie italiane. La corte Morgula fu ceduta poi da Berengario al vescovo Adalberto.
Il torrente Morla lungo la sua storia causò grossi guai, straripamenti, inondazioni e vittime; queste sono ricordate da una lapide che risale all’epoca della dominazione veneta, che si trovava sulla facciata di una ex chiesetta costruita sul suo argine in località "Scuress". Queste calamità naturali sono ricordate dal poeta bergamasco Mosè del Brolo e dal Mazzi nella sua corografia bergomense. Quest’ultimo scriveva: “Il torrente (Morla) provenendo dalle alture di Ponteranica, corre vicino alla città dalla sua parte orientale e se non è infelice esagerazione di poeta, si può credere che negli antichi tempi recasse non pochi guasti alle vicine campagne, giacchè di esso canta il nostro Mosè:

Prossimo al Monte cittadin trascorre,
un fiume a cui di Morla han dato il nome,
E crudelmente le campagne inonda”.

E per la verità Mosè del Brolo non aveva tutti i torti. Alcuni anni fa gli straripamenti del Morla facevano paura. Oggi non siamo più abituati a viverli. Ricordiamo l’inondazione delle campagne e i guasti enormi arrecati alla città di Bergamo e in particolare ai borghi di S. Caterina e Borgo Palazzo nella primavera del 1936, quando persero la vita due persone. Il cronista di allora così scriveva su "L’Eco di Bergamo": “il 3 maggio 1936 nel tardo pomeriggio dopo una giornata afosa si avevano i prodromi di un temporale proveniente da est e che è stato veramente impressionante.
La zona fortemente colpita è stata Borgo S. Caterina tanto che oltre alle case e cantine allagate le ossa del vecchio cimitero di Valtesse affiorarono sul terreno.
Questo grave episodio è stato determinato dallo straripamento dei torrenti Tremana e Gardellone, confluenti del Morla. Essi sono alimentati dal bacino imbrifero del Canto Alto da un lato e dalla zona collinare dall’altro.
Un fenomeno del genere si è avuto nel 1932 ma meno grave, perché avvenuto in un periodo di siccità mentre questo a seguito di continue piogge…”
Accanto a quella tragica del 1936, la storia del Morla registrò altre drammatiche piene. Le più famose sono quelle del 1896, del 1932, del 1937, del 1940, del 1946, del 1949 e del 1976. In quelle occasioni si accesero, nel nostro paese come in città, discussioni, polemiche, dibattiti.
Il Morla è un torrente dal corso tortuoso con il fondo lastricato di rocce cenericce e sfaldabili chiamate anche "sassi della luna": quando è in secca non ci si accorge della sua esistenza, mentre in occasione di abbondanti precipitazioni si sveglia e può diventare pericoloso.

Piena del Morla dell'ottobre 1976 all'altezza di via FoppettaPiena del Morla dell'ottobre 1976 all'altezza del ponte che collega via Foppetta con la Ramera

Piena del torrente Quisa dell'ottobre 1976 all'altezza di via delle Roveri

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L'acquedotto

Fino all'inizio del 1900 i servizi igienici non esistevano nella maggior parte delle abitazioni. Spesso i servizi igienici scolavano in una buca, o nella migliore delle ipotesi gli scarichi venivano dispersi attraverso un fossato nei prati: era un modo per concimare il terreno. Certamente tutto questo offre una chiara visione delle tristi condizioni igienico sanitarie del paese. Il primo progetto per portare acqua dalle sorgenti alle fontane pubbliche risale al 1857, ma la proposta del Comune fu ostacolata da alcuni possidenti e così si continuò ad usare cisterne private e pubbliche che raccoglievano acqua piovana.
In seguito a infezioni e casi di febbre tifoide, il Consiglio Comunale di Ponteranica dal 1899 si preoccupò di dotare di acqua potabile il paese; lo fece con delibera del 19 maggio 1901. Il 15 maggio 1904 il comune acquista le sorgenti di proprietà della Prebenda parrocchiale in zona Tinelli e il 21 maggio dello stesso anno organizzò un’asta per la realizzazione dell’acquedotto.
A partire dal 1906 l’acqua venica concessa dalla Giunta Comunale in abbonamento della durata minima di 5 anni su richiesta dei proprietari della casa che si voleva fornire d’acqua.
Nel 1908 fu approvata dal Consiglio Comunale di Bergamo la costruzione dell’acquedotto di Algua. I lavori furono iniziati nel settembre 1910, nel 1912 furono poste le prime tubature e il 24 Ottobre 1913 iniziò a funzionare la prima commissione Amministratrice dell’Azienda Municipalizzata degli Acquedotti di Bergamo e una parte di Ponteranica ebbe le prime fontanelle a disposizione della popolazione, precisamente a Pontesecco, Ramera, Fustina e Petos.
Se le zone basse del paese erano servite con acqua potabile abbondante dagli Acquedotti Civici di Bergamo, le altre zone ne erano sprovviste.
Nel 1938 il Comune di Ponteranica desiderava realizzare un primo impianto di pompaggio in località Valbona presso il Municipio, in grado di sollevare l’acqua ad un serbatoio in località Colle Basso e con un secondo gruppo di pompe ad un secondo serbatoio in località Maresana. Questo progetto, dopo la seconda guerra mondiale fu ripreso agli inizi degli anni Settanta e portato a termine nel 1972, leggermente modificato.
Risale al 1954 la delibera del Consiglio Comunale di progettare l’estensione dell’acquedotto comunale per servire tutte le frazioni del paese.
Oggi la rete idrica è una bella ed efficiente realtà ed è seguita e controllata dall’impianto che si trova nell’atrio del Municipio.
Sino alla metà del secolo scorso, la maggior parte degli edifici aveva fosse biologiche perdenti. Detersivi non esistevano; le casalinghe usavano per la pulizia in cucina della pietra pomice in polvere che acquistavano da un caratteristico venditore che al grido “ol spolverì” passava di paese in paese con il suo carrettino trainato da uno stanco ronzino.
Nei primi anni sessanta ebbe inizio lo sviluppo edilizio, la corsa al consumismo e il lento degrado del Morla. A questo degrado contribuirono il numero delle abitazioni sorte in questi ultimi trent’anni, i nuovi servizi "ad acqua corrente", l’incremento delle acque di scarico civili. Gli antichi pozzi neri furono abbandonati e gli scarichi delle fognature finirono nel torrente.
Anche l’incuria della popolazione che trovava più comodo e sbrigativo buttare tutto nel torrente contribuì in breve tempo a fare del Morla una fogna a cielo aperto e una discarica. Era spaventoso a vedersi in quei tempi e fu per molto il regno dei topi e delle zanzare.
Sotto la spinta della popolazione stanca di vivere a contatto con una così insostenibile realtà, divenne necessario l’intervento delle autorità comunali e in questi ultimi anni le varie Amministrazioni comunali fecero propria l’operazione "Morla pulito". Furono rifatti in alcuni punti l’alveo e le sponde del torrente e gli scarichi furono collegati alle condotte fognarie principali che portano il loro carico al depuratore di Bergamo.
Oggi il torrente Morla, pure con poca acqua, ha ripreso a vivere; infatti si possono trovare sia pesci che gamberi. Ma il Morla difficilmente tornerà come una volta, con la sua acqua limpida, dove i bambini facevano il bagno nelle pozze, e si divertivano a pescare.

 

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